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sabato 14 novembre 2009

Q.B.

Mi capita spesso leggendo autori emergenti (ma ho trovato la stessa caratteristica anche in molti autori affermati, penso ad esempio ai libri di Simenon che rigurgitano di dialoghi o a certi romanzi di Marquez , tanto per citarne qualcuno), di trovarmi davanti a pagine e pagine fitte di battute, di frasi in cui, dopo un po’, si perde di vista il “chi dice cosa”.
Se è vero che i dialoghi rendono i personaggi più “vivi” non dimenticate però che la logorrea è asfissiante. A tutti sarà capitato di imbattersi nel cosiddetto “attaccabottone”, una persona cioè capace di inchiodarvi per ore col racconto minuzioso di fatti assolutamente insignificanti.
Per evitare di essere voi l’attaccabottone di turno, quando scrivete i dialoghi, mettetevi al posto del vostro lettore. Eccolo lì, lo vedete? Si è seduto in poltrona, armato delle migliori intenzioni di questo mondo (vuole finire di leggere il capitolo prima di cena), eccone là un altro, aggrappato alla staffa in un bus sovraffollato, col gomito del vicino piazzato in un fianco e i capelli riccioluti di una grassona che gli solleticano il naso.
Quanto credete che potrà durare l’attenzione di questi poveretti, durante la lettura di un dialogo che si protrae per diverse pagine? Tre minuti al massimo, dopo di che quello in poltrona si alzerà per andare a spilluzzicare qualcosa in cucina e il tizio del bus, che ormai si è perso nel disperato tentativo di capire “chi dice cosa”, deciderà di scendere alla prossima fermata e di fare due passi per snebbiarsi la mente, ingolfata da dialoghi di questo tipo:
- Situazione di partenza: due amiche, sedute al tavolino di un bar, parlano di una conoscente, affetta da depressione, che ha tentato di uccidere il marito. La prima donna è una bionda, quarantenne, insegnante di sostegno in una scuola elementare. Si chiama Vanda e ha alle spalle un matrimonio fallito. L’altra è Carla, trentacinquenne, giornalista free-lance che si occupa di cronaca nera per un giornale locale.
-Non credevo che lo avrebbe fatto, non era il tipo.
-Come puoi dirlo? La mente umana è un mistero.
-Già, ma certe cose si sentono a pelle… Ho parlato con lei diverse volte e mi ha sempre dato l’impressione di essere una persona equilibrata…
-Ma per favore, non farmi ridere. Se quella è equilibrata io sono Wonder Woman…
-Non scherzare, è una cosa seria. Sai meglio di me che, per certe cose, l’intuito è meglio di un radar…
-Non dirmi che credi a queste cretinate! Se mi fossi affidata all’intuito, sai quante cantonate avrei preso…
-Già, però non si arriva a uccidere un uomo così, ci devono essere stati per forza dei segni premonitori.
-Segni? Premonizioni? Ma, smettila… mi sembra di parlare con mia madre. Lei è una che crede all’aldilà, alla sfiga, ai gatti neri e al sesto senso…
-Che c’entra il sesto senso? Qui si tratta di un delitto a sangue freddo.
-E chi lo dice? Nessun omicidio avviene a sangue freddo, l’autore del crimine, in ogni caso, è un essere umano per cui…
-Stai giustificando quella donna?
-Non ho detto questo. Se tu mi lasciassi parlare, ti spiegherei che la componente emotiva è sempre presente in tutte le nostre azioni …
Il dialogo può andare avanti all’infinito e, se è vero che in certi momenti è possibile intuire chi sta parlando (ad esempio la psicologa quando fa riferimento alla componente emotiva e alle superstizioni) per la restante parte il lettore brancola nel buio, si perde in un labirinto in cui non c'è via d'uscita.
Se il vostro intento, dunque, è quello di scoraggiare, andate avanti così, riempiendo cartelle e cartelle di dialoghi, se invece, come suppongo, i vostri sforzi sono tesi al raggiungimento dell’obiettivo che deve essere sempre “coinvolgere e affascinare” il lettore, allora tenete presente la regola del “q.b” delle ricette di cucina. Quanto basta! Non esagerate, la giusta misura in ogni cosa è il criterio a cui non dovete mai rinunciare.

sabato 7 novembre 2009

I dialoghi

Tra gli elementi che dobbiamo tenere presenti e su cui è necessario giocare bene per ottenere un effetto di verosimiglianza ci sono i dialoghi. Mi capita, spesso, di leggere degli autori emergenti che, se da un lato appaiono soddisfacenti in quanto a scorrevolezza dei testi, poche “cartelle” più avanti, cadono miseramente nell’affrontare i dialoghi.
Vi faccio un esempio: immaginate un Autore che abbia descritto un paesaggio urbano, in cui si muove un branco di sbandati. Come pensate che debba svolgersi un dialogo tra Giorgio, il leader e uno dei componenti della banda?
La situazione è la seguente: la banda ha organizzato una rapina ai danni di un distributore di benzina, ma qualcuno ha chiamato la polizia e soltanto Roberto è riuscito a sfuggire all’arresto. Giorgio, il Capo, non era presente e chiede il resoconto dell’accaduto.
Nel dialogo, i termini usati dagli “attori” devono essere il più possibile usuali, consueti. Evitate le parole ricercate e i termini obsoleti che danno un effetto di “ingessato”. La credibilità e, dunque, la verosimiglianza della storia si costruisce anche in questo modo. Questo non vuol dire che bisogna rifarsi a una sorta di “verismo” moderno, riportando nei dialoghi parole e modi di dire regionalistici. Non dimenticate che l’ipotetico lettore può appartenere a qualunque area geografica. Un testo troppo ricco di coloriture dialettali, utilizzate allo scopo di rendere “verosimile” il dialogo, finisce non solo con lo stancare presto ma è, soprattutto, di difficile comprensione.
Per tornare all’esempio di cui sopra, il dialogo tra Giorgio e Roberto, potrebbe essere il seguente:
-Erano già là… ci stavano aspettando. Non abbiamo avuto neanche il tempo di dire “crepa” che…
- Taglia corto, voglio sapere come avete fatto a farvi fregare…
- Ce li siamo trovati addosso, quel bastardo del benzinaio ha intrappolato i ragazzi nello sgabuzzino… I soldi sono qua, ha detto. Pietro e Marco sono entrati per primi, Filippo non si fidava ma alla fine ci è cascato…
-E tu?- lo sguardo di Giorgio è fosco- Come hai fatto a scappare? Non sei più furbo degli altri, eppure… sei qui…
Come potete notare, le parole utilizzate sono semplici, così come accade in un dialogo reale, ma i termini “bastardo” e “crepa” danno immediatamente l’idea dei personaggi e dell’ambiente sociale a cui appartengono.
Spesso i principianti fanno un uso eccessivo di termini forti, spesso volgari o comunque, non necessari. Una eccessiva coloritura dei dialoghi finisce presto col disturbare il lettore e col distogliere l’attenzione sui fatti che si stanno narrando.
Quando scrivete un dialogo, sforzatevi di immaginare come parlerebbero i vostri personaggi se fossero persone in carne ed ossa. Tenete sempre presente a quale categoria sociale appartengono, qual è il contesto in cui si muovono, che bagaglio culturale hanno alle spalle.
E’ assai improbabile infatti, come talvolta mi accade di leggere, che un delinquente si rivolga a un compare dicendogli:
-Erano già là… ci attendevano. Non abbiamo avuto il tempo di capire cosa stesse accadendo.
- Basta con gli indugi, spiegati!
-Siamo stati attirati in una trappola… il benzinaio, con una scusa, ha fatto in modo di imprigionare i ragazzi nel retrobottega…
Credo che l’esempio sia abbastanza chiaro, tutto quello che adesso dovete fare è esercitarvi coi dialoghi senza dimenticare di rileggere ad alta voce ciò che avete scritto. Abituatevi ad “ascoltarvi”, non è da tutti ma dà ottimi risultati.

sabato 31 ottobre 2009

Lezione n.2 I dati sensoriali

Visto che siete dei testardi e avete deciso, nonostante tutto, di seguire ancora queste “lezioni” di scrittura, passiamo allora a qualche piccolo suggerimento sulle ambientazioni.
Dopo avere dato delle rapide “pennellate” ai vostri personaggi, badando di dare loro una connotazione psicologica o caratteriale ben definita, passiamo ad “ambientare” i nostri attori.
Immaginate di assistere a un film o a una rappresentazione teatrale. In questi casi il regista è sempre attento a curare la scenografia, così che già dalla prima occhiata possiate capire il “quando” e il “dove”.
Se si alza il sipario e la scena mostra alcuni tavoli di legno, delle sedie impagliate, alcune caraffe di creta , dei bicchieri col vino, comprendete subito di essere in un’osteria. I dati “sensoriali”, in questo caso la vista, vi mettono immediatamente in condizione di comprendere il luogo e, semmai, il tempo della rappresentazione a cui state per assistere. Il regista e lo scenografo giocheranno sui costumi, le luci di scena, gli oggetti con cui andranno ad arredare l’ambiente ma tutto ciò che possono fare, per attirare l’attenzione del pubblico e dare una immediata e corretta “informazione” si basa sui dati visivi.
Lo scrittore ha un’arma in più, senz’altro raffinata ed efficace. Grazie alle parole e, in particolare, alla capacità di “descrivere” , mette il lettore nella condizione ideale per immergersi completamente nella scena. Lo scrittore non si limita a descrivere il luogo, gli oggetti e le loro caratteristiche, gli arredi e gli abiti indossati dai personaggi, lo scrittore crea l’ambientazione.
Cosa vuol dire creare una ambientazione? Semplicemente connotare la scena con dei dati capaci di evocare emozioni, ricordi sentimenti. Dire che “per quella stretta strada senza sole, soffocata tra alti palazzi grigi, si sentiva, al mattino presto, un profumo di pane appena sfornato” vi fa subito venire alla mente un ricordo d’infanzia, una situazione simile che voi stessi avete sperimentato. Inoltre, giocando sugli opposti, il carattere “freddo” dell’ambiente (strada stretta e senza sole, palazzi grigi) è mitigato e addolcito da una “presenza” familiare e rassicurante (il profumo del pane appena sfornato). A questo punto il lettore è già parte della scena, è protagonista lui stesso e non semplice fruitore. Un profumo, un suono, un odore hanno un forte potere evocativo su qualunque essere umano. Imparare a utilizzare questi elementi per dare significato ed efficacia all’ambiente descritto vi aiuterà a raggiungere più facilmente l’obiettivo dell’immedesimazione.
Esercitatevi a “ambientare” tenendo conto anche dei brani sotto riportati:


1.Sui vetri della porta c'erano alcune réclame. Tintinnó un campanello. Fin dalla soglia ci si sentiva avvolgere da una atmosfera indefinibile dominata dagli odori.Ma quali odori? Una punta di cannella, una nota più intensa di caffé macinato, e anche un vago sentore di petrolio, mischiato però a zaffate di acquavite.Una lampadina elettrica, una sola. Dietro al banco di legno verniciato di marrone scuro, una donna con i capelli bianchi e un corpetto nero parlava con una donna che teneva un bambino in braccio.(George Simenon, La casa dei fiamminghi, Adelphi)


2.La soffitta era grande e buia. Odorava di polvere e di naftalina.All'infuori del tambureggiare leggero della pioggia sulle lastre di rame del gran tetto, non si sentiva volare una mosca.Travi possenti, nere di vecchiaia, si levavano dal pavimento, si incontravano più in alto con altre travi del tetto...Qua e lá pendevano ragnatele grandi come amache, che si muovevano avanti e indietro nella corrente d'aria, lievi e silenziose come spiriti. Dall'alto di un finestrino che si apriva nel tetto scendeva un lattiginoso raggio di luce.L'unico essere vivente, in quel luogo dove il tempo pareva essersi fermato, era un topolino che saltellava sul pavimento, lasciando sulla polvere impronte delle minuscolissime zampe. Là dove strisciava per terra il codino correva un segno lungo e sottile. Improvvisamente la bestiola si arrestò e rimase in ascolto...e poi, psst! con un guizzo sparì in un buco dell'assito.(M. Ende, La storia infinita, Longanesi).


3.Una volta, in cima al mucchio dei rifiuti da concime del mago vedemmo un drago minuscolo che si
grattava sotto un'ala verde con gli artigli rosso scarlatto e alitava fiamme azzurree fumo grigio.

(M. Mahy, Una porta in cielo, Mondadori)



Pina Varriale